Cariofillata

Geum urbanum

Nelle antiche storie cavalleresche si racconta che le premurose spose dei nobili cavalieri offrivano loro al mattino una coppa di vino alla cariofillata per rafforzarne sia il cuore che lo stomaco: un vino squisito, molto apprezzato allora come oggi la birra tedesca, il vino italiano o francese. Non per nulla l’erba è anche chiamata, popolarmente, “erba benedetta”.

Tre sono le varietà presenti sul territorio: la cariofillata comune (Geum urbanum), che troviamo lungo i viottoli e sui pendii; il “geo dei rivi” (Geum rivale), che preferisce i terreni umidi e si trova lungo i ruscelli. Sui pascoli di montagna oltre i 1800 metri c’è la varietà chiamata “montana” (Geum montanum). Chi poi osa salire oltre i 2000 metri potrà trovare nelle fessure delle rocce e sui ghiaioni sassosi anche la varietà strisciante (Geum reptans). Tutte le varietà sono medicinali.

Si raccoglie la pianta quando è in fiore e le radici in autunno.

La radice, messa a macerare nel vino, gli dà il caratteristico sapore che richiama quello del garofano e ci ricorda che un tempo, quando le spezie erano una rarità, la cariofillata era usata come aromatizzante.

Il vino alla cariofillata tonifica il cuore e lo stomaco, rinfresca e vivifica la mente e tutto il corpo, mettendo in fuga la malinconia e le depressioni.

Autori più antichi sostenevano che prevenisse l’apoplessia e che, usata moderatamente, è di grande giovamento per la salute in generale.

Selvatica della famiglia delle Rosaceae, detta in gergo cariofillata (dal greco karyon, “nucleo”, e phyllos, “foglia”) o erba benedetta, assomiglia da giovane alla fragola, anche il suo fiore che però è di colore giallo e ha i petali delicatissimi. Il seme, con coda uncinata e ricurvo in punta, ha disseminazione zoocora ovvero fa sì che la pianta si diffonda aggrappandosi al pelo degli animali (e ai maglioni e ai capelli!).

Considerato il primo antipiretico della storia, la radice contiene eugenolo, esattamente come il chiodo di garofano, che dona quel meraviglioso profumo soprattutto non appena la pianta viene estratta dal terreno. Il sentore ricorda anche la cannella, e quindi il rizoma è ottimo fresco (in infusione, anche del latte vegetale, per panna cotta e dolci, ma anche in una semplice besciamella) e speciale essiccato e polverizzato – per cui sostituisce egregiamente sia il chiodo di garofano che la cannella -.

Numerosissime sono le leggende legate a questa specie: ha il potere di allontanare gli spiriti maligni, di proteggere dai cani rabbiosi e dai serpenti velenosi.

In epoca pagana nei paesi anglofoni era chiamato avens (oggi wood avens), dal medio inglese avence (derivato a sua volta dall’anglo-normanno), dal latino medioevale avencia, “un tipo di trifoglio”, e per questo considerato erba che rendeva le streghe innocue, prive di potere.

Era anche chiamato “stella della terra” (nome popolare dato anche alla cicuta e alla valeriana), e in epoca cristiana erba benedetta: un monaco dette un bicchiere di vino avvelenato al santo per ucciderlo, lui benedisse il bicchiere che si frantumò in mille pezzi. Sempre i cristiani associavano la pianta alla cristianità perché le sue foglie crescono in numero di tre e i petali sono cinque (ricordando, rispettivamente, la Trinità e le cinque ferite).

In cucina oltre al rizoma si possono utilizzare le foglie giovani in misticanze e aggiunte alle minestre e zuppe e le foglie più grandi trasformate magicamente in chips: ci aggiungo sempre un po’ di polvere di rizoma e sono superlative!

L’utilizzo di tutta la pianta è rinomato nella liquoristica d’oltralpe, il mio consiglio è provare la birra di rizoma: fa-vo-lo-sa! E anche curativa Infine, numerosi sono coloro che quando scoprono la pianta andata a seme rimangono estasiati: un boa dal rosa al fucsia, morbido al tatto, un’immagine che rimarrà per sempre impressa nella memoria

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