Morella comune

Solanum nigrum

Nelle lingue germaniche diverse specie di Solanacee hanno nomi comuni composti con la parola nightshade.

In etimologia la parola indica proprio “pianta del genere Solanum”, con fiori bianchi e bacche, dall’inglese medio nyȝtschade, niȝteschode, nyght shade, dall’anglosassone nihtsċada, “ombra della notte” con allusione alle bacche (cfr. olandese nachtschade, tedesco Nachtschatten, svedese Nattskatta).

In Italia e in diversi altri paesi il Solanum nigrum, che porta specificatamente questo nome, in italiano conosciuta con il nome popolare di “erba morella” ma anche con nomi dialettali come il brianzolo “tosag”, erba tossica, che ad esempio dà il nome al toponimo Toscio e a un cascinale della zona, nel comune di Galbiate, tra terreni ricchi della specie suddetta.

Il nome generico del binomiale, invece, deriva da sōlāmĕn “consolazione, conforto” per le proprietà sedative di alcune specie del genere. Nigrum ovviamente indica il colore delle bacche.

La morella rampicante è invece il nome popolare della dulcamara (Solanum dulcamara), questa sì tossica.

Le specie e le sottospecie di morella sono pressoché infinite: le tassonomie conano una mezza dozzina di sottogeneri con almeno una cinquantina di “sezioni”. Sono specie che si ibridizzano molto facilmente tra loro e, ad esempio, già tra nord Italia e sud vi è differenza, nel fusto che a sud date le temperature più alte è lignificato.

Comune su tutto il territorio italiano, la morella comune rispetto alla dulcamara ha il fusto più eretto e la bacca nera o verde.

I nostri antenati, che erano sicuramente più fiduciosi nelle loro abilità botaniche, considerando che la famiglia della belladonna, della dulcamara e della morella grazie ai loro tentativi ci ha donato molti frutti coltivati e verdure (patate, pomodori, melanzane, ma anche peperoni e tomatillos), non erano così spaventati quando si parlava di morella comune.

Ha una storia lunga e consolidata come fonte di cibo per numerose culture in tutto il mondo. In effetti, è tra i più largamente diffusi cibi selvatici ben documentati sul pianeta, rivaleggiando a questo riguardo solo con poche altre erbe come il farinello, l’amaranto e l’ortica, o la piantaggine.

Ci sono probabilmente oltre un miliardo di persone per cui la morella comune è presente in una dieta regolare o occasionale.

Eppure, nei luoghi prevalentemente “bianchi” del mondo - Europa e Nord America - il Solanum nigrum è ampiamente ritenuto estremamente velenoso.

La contraddizione è però confusa, dura a morire e abbastanza sorprendente.

Nella letteratura si legge: “Le foglie e i germogli teneri sono fatti bollire allo stesso modo degli spinaci e vengono mangiati in molte parti dell’India… Le bacche, una volta mature, sono spesso mangiate dai bambini e sono talvolta usate per preparare torte e conserve” ma anche “Ogni bambino intelligente rifugge il frutto di quest’erba… sulle cui proprietà velenose non c’è dubbio. I bambini che hanno mangiato il frutto della morella sono morti poco dopo i suoi effetti”, e ancora “Bacche mature… sono spesso mangiate crude come frutti, in particolare in alcune parti dell’Africa. Sono anche ampiamente utilizzate nelle torte e nelle conserve, e talvolta anche come sostituti dell’uvetta nei budini di prugne, in particolare nell’America settentrionale. Se ne può fare un’ottima marmellata”.

“Le bacche sono velenose e produrranno torpore, insensibilità e morte”.

“Ho mangiato chili di torte, conserve e salse di frutta fatte con le bacche mature”.

Non si può fare a meno di chiedersi come possano esistere tali discrepanze.

Oggi si riconoscono specie simili che prima erano raggruppate sotto un unico nome, Solanum nigrum. Tutte queste specie vengono chiamate indistintamente “belladonna nera” nei paesi anglofoni e “morella” in italiano e mostrano solo piccole differenze. Ad esempio, negli Stati Uniti domina il Solanum ptychanthum a est e il Solanum americanum a sud. A sud-ovest domina il Solanum douglasii. Il Solanum nigrum è originario del “vecchio mondo”, in particolare del Mediterraneo. Nella maggior parte delle opere degli autori antichi ognuna di queste specie si chiama S. nigrum.

Alcuni autori in tempi recenti parlano di "Solanum nigrum complex", con riferimento alle dozzine di specie di morella in tutto il mondo. È difficile capire se la pianta in discussioni in testi datati sarebbe ora classificata come S. nigrum o altre. Così, si parla sempre di Solanum nigrum ma il lettore neofita e non botanico deve essere consapevole dell’ambiguità di questo gruppo.

In genere il Solanum nigrum è ascendente; il fusto può essere prostrato, eventualmente, solo nella parte basale. L’altezza può variare da 1 a 7 dm.

Si tratta di piante erbacee che differiscono dalle altre forme biologiche poiché, essendo annuali, superano la stagione avversa sotto forma di seme. Sono inoltre munite di asse fiorale eretto e tutta la pianta (fusto e foglie) si presenta un po’ biancastra. Le radici sono fibrose e fittonanti.

In Italia è diffusa la S. nigrum su tutto il territorio e la S. schultesii nelle province di Bolzano, Trento, Udine e Vercelli. È molto comune in quante infestante soprattutto delle colture del mais e della bietola e altre - il danno è che sottrae azoto e spazio -.

Si trova fino a 900 metri s.l.m..

Le foglie e i frutti in particolare contengono dei glucoalcaloidi tossici come la solanina. La pianta contiene, inoltre: tropeina, rutina, tannino, diversi eterosidi, asperagina, fitosterina e diversi grassi acidi.

I nutrienti variano a seconda del tipo di suolo e della sua fertilità. È ricca di beta-carotene, proteine, acido ascorbico, fibre, calcio, ferro, fosforo, vitamine A e C, così come percentuali notevoli di metionina, un amminoacido difficilmente presente in altre specie vegetali. Le bacche sono ricchissime di ferro, calcio e vitamina B.

I preparati ricavati dalla pianta hanno proprietà analgestiche, sedative, antispasmodiche, emollienti, diuretiche e febbrifughe; alcuni composti sono usati in dermatologia. Possono essere anche lievemente narcotici.

Sui testi italiani si legge: “si sconsiglia l’uso alimentare in quanto pianta generalmente tossica anche se la sua effettiva tossicità viene a volte messa in discussione. Un tempo in Europa si consumavano le foglie, ma anche i frutti (ora non più). In realtà grazie al grande polimorfismo di questa pianta in America si è riusciti a creare una varietà (che chiamano Garden Huckleberry) senz’altro non tossica, i cui frutti sono usati in cucina per ricavarne conserve e dolciumi. Questo dimostra che la tossicità di questa pianta è anch’essa un aspetto variabile e dipende dalle zone e dalla sottospecie.

Sono eduli le bacche di certi ceppi che crescono in India, e profumano di pomodoro. Anche in Etiopia le bacche mature vengono normalmente mangiate dai ragazzini.

"Questa pianta è conosciuta e usata fin dall’antichità. Era uno dei tanti componenti dell’"unguento populeo", consigliato solo per uso esterno data la sua velenosità (specialmente in caso di periartriti e per l’azione antalgica locale).

Anticamente, le foglie venivano usate contro le ustioni. Sembra che sia stata, insieme ad altre erbe, tra le prime sostante usate per addormentare i pazienti durante gli interventi chirurgici.

In Puglia e in generale in sud Italia viene spesso chiamata “pomodoro delle serpi” poiché molti rettili (sauri e testuggini) si cibano volentieri delle bacche mature, la cui concentrazione di principi attivi potenzialmente tossici è bassa; oppure non esercitano la loro azione a causa della diversa fisiologia di questi animali.

Ma con un approccio scientifico, parliamo delle bacche mature: il fatto che siano commestibili è supportato da centinaia di milioni di persone che le mangiano, oltre all’azione di antenati che sicuramente le mangiavano e che hanno fatto sì che la tradizione si perpetrasse.

La letteratura scientifica contiene una pletora di informazioni a riguardo del consumo delle bacche mature di morella: le bacche sono raccolte e mangiate soprattutto dai bambini in India. Vengono anche mangiate in Cina, nelle Filippine, in Nepal, Java, nell’Europa meridionale, in Sud Africa e in Etiopia. Erano mangiate dagli indiani Mendocino della California così come dai Tubatulabal e le bacche erano tradizionalmente usate nei dolci.

Alcuni autori che hanno scritto di cibo selvatico in tempi recenti hanno parlato del loro consumo personale delle bacche.Inoltre, la morella è stata per più di un secolo nei giardini europei e americani per i suoi frutti edibili: ad esempio, la wonderberry, oggi conosciuta per essere un tipo di morella spontanea nei territori africani, Solanum retroflexum, “bacca meravigliosa”, fu descritta nel 1909 in un catalogo di sementi come “un enorme mirtillo e insuperabile per l’alimentazione”.

Come ulteriore testimonianza, uno studio tedesco ha dimostrato che non sono stati trovati alcaloidi in 22 esemplari di bacche mature di Solanum nigrum europeo (solanina, atropina e altre tossine tipiche delle Solanaceae sono alcaloidi).

Cippolini e Levy (1997) hanno affermato che il frutto del Solanum americanum ha “livelli insignificanti” di alcaloidi. Voss et al. (1993) hanno studiato la tossicità delle bacche del Solanum ptychanthum in esperimenti di nutrizione di ratti e anche in caso di nutrizione con un mix di bacche mature e acerbe costituenti il 25% della dieta (!) per diverse settimane, non è stato osservato alcun caso di mortalità.

In A Manual of Toxicology, John James Reese (1874, pag. 450) afferma che “c’è una grande discrepanza tra le autorità a riguardo delle proprietà velenose delle due specie di Solanum - dulcamara e nigrum -. Alcuni suppongono che i casi di avvelenamento che sono stati attribuiti a entrambe le specie erano, in realtà, riferibili solo all’Atropa belladonna, che spesso viene confusa con il Solanum nigrum”.

Tra le immagini, l’ultima è del manoscritto Voynich e rappresenta le bacche di Solanum, molto probabilmente nigrum poiché la dulcamara ha una “stella” intorno.

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