Sivskoene, o l’arte nordica del giunco

Oggi vi racconto una storia che unisce le selvatiche e l’etnobotanica, e il mio amore per il Nord.
La mia cara amica norvegese-danese Margrethe era presente al mercatino scandinavo a Milano e oltre ai suoi manufatti in lana quest’anno ho visto, un po’ in disparte sulla sua bancarella, qualcosa che ha subito colpito la mia attenzione… ma vi prendo per mano e vi racconto tutto.

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Il Juncus effusus, giunco comune, della famiglia delle Juncaceae, è una pianta cespugliosa acquatica e perenne, diffusa in particolare nelle zone marittime di tutti i continenti; nei pascoli umidi, nelle paludi, nei boschi umidi etc., solitamente su suoli acidi.
Essa produce ciuffi verdi, spugnosi, lisci, cilindrici e flessibili con alcune foglie intorno. Il caule è rigido. È alta circa 100/130 centimetri e d’estate produce dei fiori a ventaglio di colore variabile dal verde al marrone. Fiorisce da giugno ad agosto.
Predilige i luoghi soleggiati, resiste molto bene al freddo e colonizza aree molto estese, lungo le rive dei laghi e dei corsi d’acqua.

Juncus deriva dal latino iúngo, “congiungere”, per l’uso che ne viene fatto: si realizzano dei legacci con i suoi steli.
Effusus da effundo “effondere, spargere”, con il significato di “sparso intorno, diffuso”.

La specie fornisce habitat per la caccia e la nidificazione di uccelli selvatici e trampolieri e anche habitat per piccoli mammiferi.

Un certo numero di invertebrati si nutrono di giunco comune, compresa la falena rufous minor (Oligia versicolor).

Il midollo del gambo è usato dall’uomo in ambito fitoterapico: è antiflogistico, depurativo, diuretico, febbrifugo, lenitivo e sedativo. Veniva usato nel trattamento del mal di gola, dell’ittero, dell’edema, delle infezioni del tratto urinaro acuto.

I gambi sono da tempo immemore utilizzati nella fabbricazione di cesti, paglia, stuoie, etc.
Gli steli possono anche essere asciugati, poi ritorti o intrecciati in corde per legare.
Possono anche essere sbucciati (eccetto una piccola “spina dorsale” che viene lasciata per tenerli in posizione verticale) e immersi in olio, per poi usarli come candele: in nord Europa, secoli fa, si usava per i lampioni, immergendo il midollo nel grasso; era un’alternativa economica alle candele.
Una fibra ottenuta dagli steli veniva usata per produrre carta.
Gli steli si raccolgono a fine estate o in autunno, vengono divisi e tagliati in pezzi utilizzabili, poi messi a bagno per 24 ore in acqua pulita. Vengono poi cotti per due ore con liscivia e tritati, magari con l’aiuto di un frullatore. Dalle fibre così ricavate si ottiene una carta bianca. Se miscelati con fibre di gelso si possono utilizzare per la produzione di carta da stampa.

Il giunco è potenzialmente tossico per i mammiferi, ma è conosciuto l’uso culinario dei giovani germogli mangiati crudi.

Nel tè Hui sup il Juncus effusus è elencato tra i sette ingredienti. In Giappone viene utilizzato per essere tessuto e produrre tatami. Anche in Iran e Afghanistan è usato per tessere stuoie a basso costo. Si chiama halfa (حلفا) e ha anche usi medicinali.

La varietà decipiens, ovvero il giunco morbido, è un’erba perenne ampiamente coltivata nelle paludi, solitamente nelle aree temperate e subtropicali.
Le parti aeree di questa pianta, che in Giappone è chiamata igusa, sono state a lungo usate come medicina popolare: è antiflogistica, diuretica e ha anche altri scopi medicinali (1). Ulteriori studi hanno rivelato ulteriori funzioni di questa pianta: antifungina (2), spasmolitica gastrointestinale (3), antitumorale (4), ansiolitica (5).
Questi effetti sono stati attribuiti al ricco contenuto di fibra alimentare indigeribile (6) e a diversi costituenti biologicamente attivi come flavonoidi, cumarine, terpeni, stilbeni, steroli, acidi fenolici, caroteni, fenantreni e loro derivati (7). Tra questi, la luteolina, un tipo di flavonoide, ed i suoi derivati, sono le sostanze chimiche caratteristiche presenti nelle specie delle Juncaceae (8).Negli ultimi decenni queste specie sono state coltivate come coltura biologica commestibile, trasformati in polvere secca e commercializzati come alimenti salutari unici, come tè in polvere, caramelle, gelati e pasta, nell’area intorno a Kyushu.
Tuttavia, le proprietà benefiche e salutiste di questa pianta erbacea commestibile ed i suoi prodotti trasformati ad oggi non sono stati ancora completamente studiati a fondo.

La specie Juncus kraussii (Hochst.), chiamata krap-my-nie, viene consumata dalle popolazioni sud-africane: si mangia la parte terminale del midollo degli steli, estraendola (9).


Sivsko (plurale sivskoene) è una parola norvegese e danese composta da siv e sko: “giunco” e “scarpa”.
È un tipo di calzatura realizzata intrecciando gli steli di Juncus effusus.

Ma cosa sono le sivskoene? Sono scarpe di giunco intrecciate, nello specifico di giunco comune o “morbido”. Le origini di queste calzature non sono chiare, ma una leggenda indica che furono usate per la prima volta per metterle sugli stivali per mantenere la temperatura all’interno e tenere caldi. Pare la loro origine siano i campi di battaglia intorno a Dybbøl, durante la seconda guerra dello Schleswig nel 1864.

La produzione si diffuse poi in particolare a Uggelhuse, nella regione Midden-Jutland in Danimarca, un villaggio sul fiordo di Randers e da allora l’economia di molte famiglie si è basata sulla produzione manuale di queste calzature. Poi, come spesso accade, la produzione commerciale di calzature moderne ha bloccato la realizzazione di questi manufatti.

sivskoene dry

Era un’epoca completamente diversa dalla nostra, molto dura: le sivskoene erano una necessità per i poveri pescatori di Uggelhuse. Si dovevano cucire queste scarpe, che piacesse o no. Le famiglie erano numerose e vivevano in piccole case, così gli uomini erano sul fiordo tutto il giorno a cercare gli steli migliori. Quando c’era buon pesce da pescare si riempivano le reti e in bicicletta si tornava a casa e si vendeva il pesce alle fattorie. Ma quando arrivava l’estate, si doveva tagliare il giunco. Tutto veniva decorato seguendo i suggerimenti di madre Natura. Gli anziani sapevano esattamente quando arrivava la bassa marea e si poteva raccogliere. A volte ciò significava passare la notte in una barca per aspettare l’alba e cominciare il raccolto.
Alla fine dell’autunno, quando si smetteva di pescare, giungeva il momento delle sivskoene: venivano cucite nelle stanze basse delle case, mentre vi era un esercito di bambini che salivano nel sottotetto per portare in basso gli steli essiccati. Le scarpe venivano poi vendute da rivenditori nelle città.
Quando arrivava l’inverno, nei momenti di bassa marea non c’era il pesce ma le anguille e data la scarsezza di cibo si mangiavano anguille, che venivano pescate e messe nei cestini fatti sempre di giunco. Con l’anguilla si sopravviveva per tutto l’inverno.

Uggelhuse, Danimarca

Il raccolto del giunco, in quella zona chiamato siv, ha inizio il 15 luglio e ha inizio in una barca. Tipicamente, si giunge con la barca sul punto in cui si vuol raccogliere. Si cerca di posizionare la barca esattamente dove ci sono gli steli, che vengono raccolti con un falcetto dall’impugnatura lunga. È un lavoro faticoso in quando implica stare nell’acqua fino alle cosce per lungo tempo. Quando la raccolta è terminata, gli steli si legano all’interno della barca e si portano a casa, dove vengono sistemati per l’essiccazione. A seconda del tempo, ci vogliono da poche settimane a un mese. C’è bisogno di molto sole e vento. Una volta che gli steli sono essiccati, sono color giallo paglierino e sporcano molto il pavimento. Poi, vengono sistemati nel sottotetto e dopo un mese sono pronti per l’uso.

Il processo per realizzare le scarpe ha inizio in autunno.

Il giorno prima del lavoro vengono presi dal sottotetto e immersi in acqua, dove devono stare per tutta la notte. Il giorno successivo si scolano e sono morbidi e facili da maneggiare così da esser lavorati in una treccia finché non si prepara la scarpa. La treccia è fondamentale: deve essere ferma e rigida e dev’essere tutta dello stesso spessore altrimenti cambierà la misura della scarpa.
A volte ci vogliono tre metri di treccia per fare un paio di scarpe. Quando la treccia è finita si arrotola intorno ad una sorta di piatto che determina la forma, e si prepara la suola, poi la tomaia, poi si cuciono. Le scarpe vanno poi messe in forma.
Non c’è differenza tra scarpa destra e sinistra.
Dopo la cucitura, le scarpe vengono messe ad essiccare, appese, e sono pronte in un paio di giorni.

Quando vengono usate la prima volta, le sivskoene sono un po’ scomode. C’è chi dice che saranno più comode dopo averle inumidite un po’, magari usando calze un po’ umide per un’ora soprattutto per ammorbidire la punta della scarpa. Il giunco assorbe l’acqua e diventa morbido. Così, si tengono ai piedi per un paio d’ore e prendono esattamente la forma del piede di chi le indossa. Diventano calzature calde, hanno un ottimo isolamento termico, e massaggiano il piede quando vengono usate.

Nella zona di Uggelhuse oggi qualcuno ha recuperato la tradizione, e ne fa anche cappelli… da usare quando si raccoglie!

  1. Keys, 1976; Hotta et al., 1989; Okada et al., 2002
  2. Hanawa et al., 2002

  3. Di et al., 2014

  4. Ishiuchi et al., 2015

  5. Wang et al., 2014

  6. Morita et al., 2002

  7. El-Shamy et al., 2015

  8. Williams e Harborne, 1978; Ishiuchi et al., 2015

  9. Indigenous edible plant use by contemporary Khoe-San descendants of South Africa’s Cape South Coast, di J. C. De Vynck, E. Van Wyk, R. M. Cowling, sta in: South African Journal of Botany, Volume 102, January 2016, pagg. 60-69

Vedi anche sivsko.dk (traduzione mia), da cui provengono alcune fotografie

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